Ahi! Che male! Ma dove sono? Apro gli occhi con molta fatica, ho le palpebre pesanti e gli occhi che mi bruciano. Qualcosa di caldo mi cola da una gamba. Cerco di tamponarlo con il palmo della mano ma … niente, è impossibile, sono legata mani e piedi.
Con molta fatica tento di alzarmi, la gamba manda fitte lancinanti. Alla fine riesco a mettermi seduta, la testa mi gira.
Disperatamente cerco una via di fuga ma, niente, è impossibile, sono immersa nell’oscurità.
Sento uno strano puzzo di muffa e un ticchettio persistente di acqua, evidentemente sono in una grotta. Odo voci, non sono sola, allora c’è qualche altro essere come me costretto a diventare cieco. Non ricordo niente, come mi chiamo? Da dove vengo? Ah già, dimenticavo, mi chiamo Aster e vengo da … ricado nel sonno dal quale mi ero appena svegliata e dormo per non so quanto tempo.
Mi sveglio all’improvviso, madida di sudore, ho sognato la mia morte. Insieme a me, in quella putrida stanza, c’era tutto il mio popolo e dopo poco … puff, tutti spariti, morti, scomparsi per sempre dalla faccia della Terra.
Una luce blu squarcia l’oscurità e per un attimo non vedo più niente. Dopo che i miei occhi si sono abituati percepisco un lieve spostamento d’aria e dei passi in lontananza. Qualcuno si sta avvicinando.
Con molta fatica mi nascondo nella penombra delle grotta e mi accosto delicatamente alla parete ricoperta da uno spesso strato di muffa senza fare rumore. Trasalisco al contatto di quell’umida e viscida “spugna verde” con la mia schiena e mi guardo attorno. La mia grotta è chiusa da spesse e lucenti barre di acciaio, il pavimento è pieno di sassolini e al centro vi è una pozza d’acqua stagnante.
Osservo la mia gamba: ho una ferita profonda all’altezza dell’inguine dalla quale sgorga pura acqua cristallina.
La serratura della mia cella scatta e due grossi umani entrano nella prigione. Entrambi arrossiscono alla mia vista, noi ninfe dell’acqua siamo famose per la nostra bellezza. Uno di essi si china, mi fascia la ferita e mi aiuta ad alzarmi.
Cerco di camminare, ma non ci riesco, la gamba mi fa troppo male, allora colui che mi ha curata mi prende in braccio e mi accompagna per lunghi corridoi fiancheggiati da numerose grotte colme di strani esseri di ogni specie che implorano pietà tendendo le loro “braccia” verso di noi.
Ci fermiamo di fronte a una grossa porta in ferro battuto che viene aperta dopo che l’altro uomo ha inserito un complicatissimo e lungo codice, formato da diversi numeri e lettere. Mi accorgo che è lo stesso del mio sogno, e finalmente ricordo tutto.
Io sono la regina di Pantea, un pianeta che fa parte della costellazione di Orione. Insieme alla mia gente vivevamo in perfetta armonia con la natura, tanto che i nostri stessi corpi sono fatti di acqua delle cascate di End, famose per la loro trasparenza.
Un giorno vedemmo in lontananza una navicella tutta rotta e bruciacchiata che per poco non si schiantò contro un albero secolare. Da essa scese un abitante del pianeta vicino al nostro, un Lillipuzziano che ci narrò di essere sfuggito allo sterminio del suo popolo da parte degli umani.
Dopo poco tempo, quei barbari, arrivarono anche su Pantea e con le loro imponenti navi distrussero tutto. Io e la mia gente venimmo rapiti.
Gli umani stanno attuando un vero e proprio genocidio contro gli esseri diversi da loro perché si considerano:
L’UNICA RAZZA DEGNA DI VIVERE!!!