Un pomeriggio di luglio, il professor Ernesto Manarini, di anni quarantadue, insegnante di fisica al liceo, in vacanza con la moglie e le due figlie, nella sua casa di campagna, fece una grande scoperta.

Aveva individuato un essere particolare alla foce del fiume Ribisco, dove due giorni prima s’era gustato un delizioso pranzetto in riva al corso d’acqua. Dopo pranzo, le figlie Tenja e Hilda andarono a giocare con la rinfrescante acqua cristallina, mentre la moglie Clelia sistemava il cibo avanzato nel cesto color sabbia, per poi sdraiarsi sul prato fitto a rilassarsi e prendere il sole. Il signor Ernesto preferì, invece, esaminare la zona circostante, poiché sentiva nel profondo che qualcosa non quadrava: non aveva avvertito alcun rumore e odore insolito e non aveva visto, gustato, udito e toccato niente di strano, eppure…
Così l’uomo si avventurò in un bosco scuro e orribile, popolato di piante morte e frutti secchi, di alcuni animaletti piccoli e tristi, circondato da un fiume sporco e inquinato, da cui venivano a galla alcuni pesci rossi che si facevano trasportare dalle correnti verso un mondo nuovo, lasciandosi la vita alle spalle. Nonostante l’aspetto tenebroso del posto, il professore continuò il cammino. Ad un tratto si trovò di fronte ad un bivio: dalla parte destra c’era un lago popolato da esseri viventi pericolosi come alligatori e serpenti velenosi; a sinistra, se avevi la vista acuta come Ernesto, potevi scorgere un labirinto infinito, in cui si trovavano diversi scheletri rovinati, poiché consumati dal tempo, e colorati con tonalità grigiastre.

L’uomo non sapeva che pesci prendere: entrambe le strade portavano alla morte; c’era un solo modo per trovare la giusta strada: chiedere alla piccola Hilda, un genio dagli occhi smeraldo e dai lunghi capelli riccioluti e biondi, a tratti chiari ed a tratti scuri. Era magrolina e minuta, ma era agile come una giovane gazzella. La sua intelligenza era paragonabile a quella di un matematico, nonostante avesse solo sei anni appena compiuti.

Così il professore tornò indietro per chiedere alcune informazioni alla figlia minore…

-Hilda amore mio!- Appena la piccina vide il padre che la chiamava, smise subito di schizzare il viso della sorella, per ritrovarsi fra le accoglienti braccia paterne. Indossava un corto abitino rosso e in vita portava un bel fiocco bianco, che si abbinavano alle minuscole ballerine bianche, ricamate con alcune rose scarlatte; il tutto era perfezionato da deliziosi gioielli dorati: somigliava ad una reginetta. -Dimmi papà, scommetto che hai bisogno del mio contributo!- esclamò la bambina.

-Esatto, mio forellino! Tu che sei un mostro del sapere- e la bambina ridacchiò: -E anche una gran ficcanaso!!!-

Il padre continuò: -Sapresti indicarmi la retta via, poiché mi sono trovato di fronte ad un bivio all’interno del bosco…-

-Certo che lo farò! – disse Hilda spalancando i dolci occhi verdi -Ma ad una condizione: che mi porterai con te in questa avventura; sarò coraggiosa, forte e, anche di fronte alla morte, mi renderò utile per te! Avventuriero, mio maestro, accetti queste condizioni?-

-Piccolo germoglietto di rosa- provò il buon uomo ancora stupito dal discorso appena fatto dalla figlia -non posso certo portarti con me: sei ancora piccola-

-Guarda caso, proprio ieri- disse furbescamente la piccina -ho scoperto che Tenja ha fatto la sua prima escursione con te a cinque anni. Io ne ho ben sei e non ho mai visto una collinetta!!!-

Dopo vari tentativi, l’uomo si arrese: lui e la piccola Hilda sarebbero partiti la notte stessa in segreto alla moglie e a Tenja, e così fecero.

Poco dopo si ritrovarono davanti al famoso bivio. -Andiamo a destra- incitò la piccina: -preferisco bruciarmi un po’le mani per reggermi alle liane che morire di fame in un labirinto.-

Così entrambi presero la rincorsa per gettarsi su quelle forti corde, ma mentre il padre rimase sospeso in aria fra quei fili, la povera Hilda fu catturata da delle unghie affilate che la penetrarono in una spalla, imbrattando la bianca camicetta di seta di un rosso corposo e lì, di colpo, la piccola svenne.

Il rapitore era un rapace enorme, di colore bianco mescolato ad alcune sfumature di marrone quercia. Era un’aquila reale, ma non una qualsiasi: la più grande mai conosciuta!

Il professore doveva salvare la piccina, altrimenti quel grosso animale l’avrebbe portata alla tana e l’avrebbe data in pasto ai suoi piccoli.

L’uomo rincorse il volatile per miglia e miglia, inciampando in radici secche, e cadde su numerosi sassi; era stanco, dolorante e imbrattato di sangue vermiglio. Proprio quando stava per arrendersi, si sentì sollevare in aria come per incanto e si adagiò su un morbido piumaggio scuro: era a bordo di un falco e dietro le sue spalle vide un intero stormo di volatili neri identici a quello su cui stava volando; all’improvviso comprese che l’aquila era un pericolo per tutto il posto e che lui e i falchi avrebbero dovuto sconfiggerla.

Devo salvare mia figlia” pensò l’uomo ”a tutti i costi, anche di fronte alla più impossibile impresa” e aveva una sola notte per compiere quella missione.

Intanto volava nel caldo cielo estivo a bordo di un falco: si sentiva invincibile… Ad un tratto, udì delle voci che lo imploravano: -Svegliati Ernesto! Sei in ritardo per il lavoro!-

Ma come: in un momento del genere qualcuno si preoccupava del lavoro di Ernesto?
Poi tutta l’immagine del cielo si fece nera; aprì gli occhi e si trovò nel suo letto, con le figlie che lo aspettavano per andare a scuola e la moglie che tirava via le coperte. ”Perciò, tutto questo è stato solo un sogno!” pensò il professore ”uno strano e magnifico sogno!”

Così si vestì in fretta e furia per catapultarsi al lavoro.

Lisa V. 2A