Avevo paura. Sì, ormai avevo iniziato ad avere paura della tecnologia. Mi sembrava un mostro che ferocemente sarebbe riuscito a portarti via la vita, la tua vita sociale, e a rinchiuderti in casa davanti a un computer, una televisione o altri apparecchi elettronici di cui magari non conosco neanche l’esistenza, e sinceramente sono contento così. Non so, forse sto esagerando, forse sono maniaco, ma quello che dico lo penso davvero, me lo sogno la notte, ormai non riesco più a liberarmi da questo pensiero. Sono sicuro che la tecnologia prima o poi riuscirà a ingannarci tutti e sarà sempre più capace di attirarci a sé con i suoi metodi seduttivi. Mi chiamo John, sono sposato e ho tre figli. Vivo una vita modesta, in un paese alla periferia di Chicago. Sinceramente sono preoccupato per il futuro dei miei figli: non sono ancora abbastanza grandi, non riescono a capire i danni che può causare la tecnologia, quel brutto mostro malefico; ma come tutti, ormai, sono anch’essi attratti dalla tecnologia e non sanno incontro a quali conseguenze stanno andando, loro, i miei concittadini, e addirittura tutta la popolazione, perché ormai, è inutile prenderci in giro e sottovalutare il problema: tutti usano la tecnologia. Nessuno è riuscito a salvarsi. E’ per questo che ho deciso di creare una macchina del tempo, una mia macchina del tempo, con la quale riuscirò a viaggiare nel futuro e scoprire come la tecnologia avrà cambiato il nostro paese dopo anni e anni. E’ da quattro anni che lavoro alla mia invenzione, senza sosta, senza un giorno di riposo, senza mai una tregua. Non ho svelato a nessuno quello che avevo in mente, il mio segreto, ma ho chiesto aiuto a molti scienziati che la maggior parte delle volte hanno accettato con grande entusiasmo la mia richiesta. Sì, è vero, questi scienziati mi hanno aiutato, ma ho deciso di non dire nemmeno a loro a cosa mi sarebbe servita la macchina del tempo. Forse stavo esagerando, ma avevo paura che se avessi detto loro il mio segreto, sarebbero scoppiati a ridere e mi avrebbero preso per pazzo: non era da tutti essere ossessionati dalla tecnologia a tal punto da costruire una macchina del tempo per viaggiare nel futuro e scoprire così tutti i progressi della tecnologia. Quindi decisi di tenere nascosto il mio lavoro. Lavorai senza sosta, giorno e notte; i miei studi mi aiutarono molto, ma non posso negare che anche la tecnologia mi fu molto utile. Questa era una cosa che mi spaventava a morte, non capivo come un uomo ormai non riuscisse più a svolgere un lavoro senza la tecnologia. Tuttavia, io non potevo più dormire, ossessionato da questo mio progetto, cioè il mio viaggio nella Chicago del futuro. Mi inquietava la prospettiva di tutto quello che avrei trovato e di cui sicuramente sarei rimasto senza parole e disgustato, alla fine, e forse ero anche consapevole di tutto ciò. Così, dopo anni e anni di interminabile lavoro, riuscii a ultimare la mia invenzione. Ero orgoglioso di me stesso, ma allo stesso tempo avevo anche paura di quell’oggetto che di lì a poco mi avrebbe fatto scoprire verità stupefacenti. Non dissi nulla a mia moglie e ai miei figli, non dovevano sapere che la sera stessa sarei partito; non sapevo se sarei tornato vivo, ma era un rischio che dovevo correre. Mancava poco all’orario che avevo previsto per il viaggio, ma non potevo più aspettare, quindi entrai all’interno della macchina, dovevo solo premere il pulsante che mi avrebbe catapultato in un’altra dimensione, ma prima passò qualche minuto. Ero spaventato, ma allo stesso tempo anche eccitato, non avevo mai provato un’emozione simile; in quei pochi minuti avevo già vissuto una vita intera, erano durati un’eternità. Quando finalmente mi decisi a premere quel pulsante sentii una strana sensazione, mi sentii strano, molto strano, e in un attimo arrivai sul nuovo pianeta, che in realtà non era altro che la mia Chicago del futuro. La macchina del tempo era atterrata con me. Prima di partire avevo selezionato l’anno 2230, mentre noi eravamo solo nel 2014. Tutto sarebbe potuto cambiare da un’epoca all’altra, ma a me bastava andare nel futuro, questo pensiero non mi lasciava in pace. Mi ero ritrovato solo, nel mezzo di un grande prato. Avanzando nella lunga distesa verde mi ritrovai davanti un’enorme città, piena di grattacieli altissimi e di strade. Ma questo era nulla: c’erano televisioni e computer da tutte le parti e uomini e donne che camminavano con in mano Ipad, cellulari…non si guardavano negli occhi, non parlavano fra di loro. Questa doveva essere la Chicago del futuro. Sì, più o meno era come me la ero immaginata, ma ero rimasto meravigliato ugualmente. In fondo speravo che questa fosse solo una mia stupida idea. Invece no. Mi addentrai nella città e riconobbi una vecchia strada e un incrocio che non erano ancora stati distrutti. Nonostante ciò faticavo a riconoscere la mia vecchia città, la città in cui ero nato e in cui avevo trascorso tutta la mia infanzia: non era una cosa bella. Provai a iniziare una conversazione con qualcuno, forse con le persone che mi sembravano meno attratte da quel Mostro, dalla tecnologia, ma anche loro facevano finta di niente e non mi rivolgevano la parola, troppo assuefatti da quagli apparecchi tecnologici che avevano risucchiato il loro cervello. Non riuscivo più a stare in qual posto, per me era troppo; finché non trovai un piccolo bar che, come la strada e l’incrocio, mi sembrava familiare. Poi mi tornò in mente la sua immagine e come un lampo riconobbi quel vecchio bar dove trascorrevo tutte le domeniche con i miei amici. Entrai. Rimasi davvero senza parole: televisori, computer, cellulari ovunque. Le persone sedute ai tavoli che magari erano venute in compagnia non si parlavano e non si guardavano, “messaggiavano”, telefonavano, ma non si guardavano. Basta, non potevo più sopportare tutto questo. L’idea che la tecnologia avrebbe divorato il mondo intero e milioni di persone nel giro di pochissimo tempo mi uccideva: dovevo tornare alla mia macchina, alla mia città, nel mio anno. Mentre ripercorrevo la strada che mi avrebbe portato al prato dove avevo lasciato la macchina, osservavo dalle finestre bambini di tutte le età che non si muovevano da quel computer o dalla televisione: bambini così piccoli già schiavi della tecnologia. Mi tolsi dalla mente tutto quello che avevo visto fino a quel momento e pensai alla Chicago del 2014 e in fondo in fondo pensavo che avevo esagerato, sì, decisamente. Le persone del mio tempo avevano computer, cellulari, televisori, ma se uscivano insieme continuavano a parlarsi e avevano sempre una vita sociale, non stavano di continuo di fronte a uno schermo, come se tutta la loro vita fosse racchiusa lì dentro. Nel mio tempo i bambini non usavano sempre, a ogni ora del giorno, il computer o la televisione; spesso li vedevo giocare nei cortili tra fratelli o amici con un pallone o a giochi da tavola. Avevo decisamente esagerato, pensavo che la tecnologia ormai aveva raggiunto i suoi limiti, ma mi sbagliavo e ora l’avevo capito. In lontananza vidi la mia macchina, feci una corsa per raggiungerla e, appena entrato, premetti il pulsante. In un attimo arrivai nella Chicago del 2014, la mia Chicago. Mi era mancata. Subito abbracciai mia moglie e i miei figli; loro non capivano tutto questo affetto improvviso. Il pensiero che la tecnologia avrebbe presto condizionato tutto il mondo continuava a spaventarmi, anche se in fondo, adesso, ero molto più tranquillo e contento: non ero nato in quell’epoca, nel 2230, nel futuro. Ero nato nella mia epoca, nel 2014. E tuttavia pensavo che, a causa di questa mia ossessione verso la tecnologia, ero stato molto fortunato e che in fondo poteva capitarmi di peggio.